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Gastone Martini

 

 

Gastone Martini - I TORTUOSI SENTIERI DEL TEATRO

Autobiografia ragionata in terza persona

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Prefazione di Cesare de Robertis

 
Nel 1993, Mario Gialanella, vecchio amico, ed aeromodellista “storico” mi propose di riaprire “Modellismo” una vecchia e leggendaria rivista, pubblicata a Roma dal dopoguerra alla metà degli anni '50. L'antico editore era un personaggio decisamente fuori dal comune. Si chiamava Gastone Martini ed era originario di Rosolina, nel Polesine. In gioventù fu uno dei fondatori della cosiddetta "Scapigliatura Rodigina", una sorta di congrega fondata attorno alla metà del 1920 da un gruppo di giovani intellettuali rodigini che si riunivano per discutere di problemi culturali, di carattere sia locale che nazionale. La maggior parte dei giovani scapigliati, come Eugenio Ferdinando Palmieri o Giuseppe Marchiori o Gigi Fossati, firmava articoli sul giornale locale, il "Corriere del Polesine". Uno di loro, Pino Bellinetti, quel quotidiano lo dirigeva. C'erano poi Gastone Martini ed Enzo Duse, il "fioraio" Livio Rizzi e la giovane e bellissima attrice Albertina Bianchini, della quale, per la verità, alcuni erano pure innamorati. Uno dei luoghi preferiti di ritrovo degli intellettuali della città era lo storico "Caffé Lodi". Altro luogo di ritrovo era la villa di Pino Bellinetti in via Piave. Ed è lì che gli scapigliati iniziarono ad accarezzare un ambizioso progetto, quello di creare una rivista che avesse voce in capitolo nel panorama della cultura nazionale. Il 1° marzo del 1927 venne così stampato il primo numero de "L'Abbazia degli Illusi", un mensile diretto da Palmieri e che portava il sottotitolo di "breviario del tempo perduto". La rivista era in linea con le idee programmatiche della corrente di "Strapaese", guidata da Mino Maccari e Leo Longanesi e si opponeva a "Novecento", pubblicazione guidata da Massimo Bontempelli. Vi venivano pubblicati testi teatrali ed interessanti elezeviri a firma dei vari componenti della redazione. L'avventura dell' "Abbazia", però, durò soltanto un anno e nel 1928 il giornale chiuse. Alcuni di quei giovani intellettuali, infatti, non avevano trovato nel Polesine un terreno fertile per le loro aspirazioni ed erano stati costretti ad emigrare. Martini, che aveva alcuni problemi di salute che consigliavano per lui un clima più salubre, giunse a Roma e forte della sua esperienza finì a dirigere "L'Aquilone", settimanale di propaganda aeronautica per i giovani che, fra le altre cose, si occupava anche di aeromodellismo. Nel dopoguerra iniziò una sua personale avventura denominata "Edizioni Pegaso" e, col supporto di alcuni giovani che avevano collaborato con lui all'Aquilone, lanciò Modellismo, una rivista che per stile, impaginazione e grafica, avrebbe fatto epoca. Ma Modellismo era solo una delle tante pubblicazioni della Pegaso. C'era anche "la Settimana a Roma", un settimanale di cultura e spettacolo decisamente innovativo per quegli anni. Troppo innovativo. Se oggi di pubblicazioni di questo genere sono piene le edicole, negli anni '50 i tempi non erano ancora maturi ed il falllimento della "Settimana" trascinò con sé tutta la casa editrice, incluso Modellismo. Martini si ritirò a vita privata in una vecchia mansarda in Via Veneto e nel 1992, anno in cui cominciammo ad accarezzare il progetto di Modellismo – seconda serie, era ancora vivo ed intellettualmente vegeto. Dico intellettualmente perché fisicamente era paralizzato a letto da molti anni, ma aveva ancora un'intelligenza vivissima e trascorreva le sue giornate, che erano un continuum spazio-tempo nel quale le ore di luce e quelle di buio non fungevano più da spartiacque fra notte e giorno, a scrivere commedie. Lo andammo a trovare per chiedergli se avesse nulla in contrario alla riapertura di Modellismo. Naturalmente no, ma non solo: fu letteralmente sbalordito dal fatto che, dopo così tanti anni, qualcuno si ricordasse ancora della sua "creatura". Modellismo riaprì nel marzo del 1993, con la stessa identica testata della prima edizione e con alcune belle copertine illustrate di analogo sapore. A parte la copertina a colori, erano solo 48 pagine in bianco e nero, una scelta condizionata soprattutto dal limitato budget a disposizione. A posteriori devo ammettere che la cosa si rivelò geniale perché, se da un lato servì a riconquistare immediatamente i vecchi lettori, riuscì anche - con la sua stravaganza - a calamitarne di nuovi. Oggi l'aspetto grafico di Modellismo è molto diverso, ma la filosofia di fondo è rimasta la stessa. In omaggio a Gastone Martini, ho deciso di pubblicare  qui la sua autobiografia. Di aeromodellistico, lo vedrete, vi è ben poco, ma da ogni riga traspare l'eclettica genialità di un intellettuale che ha dato il suo piccolo, significativo contributo alla storia del '900.


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Amo le nubi bianche

sfilacciate dal vento

nei cieli azzurri

di primavera.

Ma assai di più

amo gli èsuli cirri

bambagia di vapori vaganti

nei sereni

albòri dell’estate

lànguida e tempestosa

quando il cocente

sole, subdolamente

abbeveràndovisi,

li tramuta in pulviscoli

d’oro, che li dissolve

e li divora.

 

La prima invenzione, anzi scoperta, l’autore l’aveva fatta notando che la persona, il soggetto, del verbo - in italiano io tu lui noi voi loro, in veneziano “mi, ti, lu, nu, vu, lori” - nella lingua sua nativa, che era, appunto, il volgare veneto, messi in fila - tre a tre - nel loro ordine naturale, potevano sembrare, essere, il nome e cognome di un uomo, o di una donna: Mitilù Nuvulori. E anche uno pseudonimo. Ma a questo egli pensò più avanti, quando ne sapeva di più. E adesso che deve scrivere di sé lo adotta, per non dover ripetere quell’io, io, io presuntuosi. Detto questo...

Mitilù Nuvulori nacque nell’anno 1903 in un piccolo paese di una vasta plaga sabbiosa e paludosa del Polesine. Si chiama Rosolina (forse da rosa, chissà). Ma in antico si chiamava Ca’ Sanudo, una delle numerose Ca’ dei Signori della Serenissima.

Rosolina, dal nome ridicolo e gentile, il paese derelitto, a quel tempo, dell’intera provincia in verità fra le meno floride del Veneto. Rosolina fra il frettoloso Adige e il regale Po, sia pure l’ultimo ramo, detto di levante.

L’ambiente. Dimmi dove sei nato e ti dirò chi sei. Per carità! Ma quella era la sua terra, dov’era nato e viveva, allora. Più acqua che terra, vien fatto di dire, se metti insieme i due fiumi paralleli, i canali, gli acquitrini, gli stagni, i fossi almeno uno davanti ad ogni abitazione, con coro di ranocchie garantito; e la spiaggia liscia e lunga da non finire; e il mare. L’immensità del mare, sull’orizzonte dal quale nasce il sole all’aurora, il mare con la sua pineta davanti e le sue ricciolute onde che si scioglieranno sulla battigia, dorate al mattino, rosate al tramonto quando l’alitare armonioso del vento nelle chiome dei pini si fonderà con l’ansimare del mare. Questo connubio il Mitilù fanciullo che il mare, pur tanto vicino, non l’ha ancora visto, lo ascolta, nel silenzio della notte, dalla sua stanzetta, la candela accesa sul comodino, l’amico libro sul leggio delle ginocchia. E se ricorda così il luogo che credeva di detestare e di voler lasciare è segno che quel posto, quel luogo, era una parte di sé, stava nella sua mente, nel suo cervello inquieto.

Chissà quanto profonda sia stata la distesa di sabbia lasciata dal mare che s’allontanava, di dune modellate e rimodellate dai venti fra Adige e Po. Tempi remoti. Sono rimaste delle striscie, come striature di nubi in cielo, da una parte all’altra della pianura. A ridosso di una di quelle striscie correva, in passato, l’antica Romea percorsa dal fuggiasco Alighieri (da Venezia a Ravenna) e, più tardi, dal rissoso Cellini. Il quale - pensiamo col Vasari - non sarà stato il Benvenuto per l’esoso locandiere che al mattino ebbe la sgradita sorpresa di ritrovare la camera dell’orafo famoso sossopra, coperte e lenzuola pugnalate per rivalsa. Si vede che, a quel tempo, nel paese di sabbie e di acqua, si pagava anticipato. Sotto il monte, anzi il monton (la duna più alta della catena) sorgeva, per non dire giaceva, Ca’ Morosini, sede di una delle due scuole Elementari di Rosolina. Là Mitilù consegui il certificato di terza... elementare, naturalmente, perché la quarta non c’era, al suo paese. Era il tempo in cui i vicini di casa Indo e la sorella Elena (dalla pelle bianca come la neve) cantavano, lavorando da sarti: “Naviga la corazzata, propizio è il vento e dolce la stagione...” pressappoco, e il ragazzo, che la corazzata l’aveva vista riprodotta sulla “Domenica del Corriere”, non capiva perché quella nave non avesse né alberi, né vele. Non importa, basta che la corazzata arrivi a “Tripoli bel suol d’amore”. Intanto lui, la quarta elementare, l’avrebbe trovata certamente a Cavanella d’Adige, comune di Chioggia, provincia di Venezia, di là del fiume, cinquecento metri a volo d ‘uccello.

E qui comincia l’avventura. Già, a Cavanella, quando aveva frequentato l’asilo, se l’era fatta addosso per non farsi vedere dalle bambine seduto sul vasetto. Era tornato a casa tutta una crosta fra culetto e braghette. Ma questo era passato. In classe, in quarta col maestro Gallo, s’era invaghito di Fernanda, occhi di pece, vivi, le trecce scure fin giù sulla vita. Fernanda, magra e alta più di lui, era morta poco prima degli esami, di tifo, di tifoidea, e le volpi avevano scavato il terreno sabbioso del cimitero, di notte, per rubarne il corpo. Ma lei stava nella cassa, morta. La terza avventura somigliava alla seconda, perché era stato lui, a morire, quasi, annegato, nel canale davanti alla scuola. Un capogiro, si disse. Livio, un compagno, l’aveva preso per i piedi e la sua bocca, che beveva l’acquaccia, affogava. Il professor Padovan, che più tardi sarebbe diventato il suo insegnante di francese, l’aveva tratto in salvo. A casa, quando ve lo ricondussero come un cencio fradicio, pronunciò la frase storica: “Cosa càpita a non ubbidire i suoi (i suoi, non i propri) genitori!” Mariuccia, la sorella, lo sbeffeggiò per anni.

Cavanella, anticamera di Chioggia. A Cavanella con la maestra Luisa, che non dimenticherà, aveva incominciato da privatista. E poi Chioggia, una diecina di chilometri in bicicletta, ogni mattina, la lezione studiata pedalando, sulle pagine strappate dal libro di testo. Allora la memoria funzionava, a dispetto delle sigarette una dopo l’altra. La stupidità incomincia presto! Ma quando soffiava la bora il ritorno a casa col vento in poppa era piacevole e la fantasia galoppava, volava. Era pescatore di lenza e a fantasticare si era abituato seduto sull’erba in riva allo stagno e sui massi della riva del fiume, all’ombra de] ponte della ferrovia.

In sèguito rimaneva in città quasi tutta la settimana ospite del sàntolo Gigi Quàccio, il padrino della Cresima che gli aveva regalato l’orologio d’argento. La sua stanzetta dava sul canale Peròtolo oltre il quale c’era l’unico verde ombroso di platani della città di pietra.

Luogo arcano, e di scoperte. La prima: il teatro, un teatro grande, vero, non come quello allestito per lui da suo padre per le “loro” marionette, scolpite, modellate, abbigliate sempre da suo padre, maestro in quell’arte, e non soltanto in quella.

Suo padre. E sua madre. Non erano nati, loro, a Rosolina. Ve li aveva condotti la sorte, il caso. Lei, bambina, in braccio ai genitori in fuga, incalzati dalla rotta del Po a Còrbola, dove avevano da poco messo su una farmacia; lui, ragazzo orfano, per mallo del nonno, artigiano, in cerca d’una bottega. Il nonno farmacista e la nonna di arcaica famiglia, erano nati nei paraggi di Spina, antico insediamento etrusco scoperto nel 1922 sotto le acque della palude. Di questo Mitilù si ricordò e vi meditò su più tardi, e quasi credeva d’avere fatto un’altra delle sue scoperte. Risiedeva già a Roma e, sulle orme di Re Gustavo di Svezia,  aveva preso a visitare le città, le necropoli di Veio, di Cervèteri, di Tarquinia e, naturalmente, il museo di Villa Giulia. La prima visita, che doveva essere quella iniziàtica, era stata a un’osteria all’aperto di Veio, una ventina di chilometri dal Campidoglio: tavola rustica imbandita con prosciutto e melone, pollo allo spiedo con l’insalatina colta sulla riva del torrentello-cascatella, e vino dorato di Villa Farnese (ma era di Frascati, assicurò uno dei commensali, il professor Luis Gonzales Alonso, spagnolo, che di vini se ne intendeva).

La scoperta, ed era soltanto una riflessione, consisteva in questo: se i suoi avi e i suoi genitori erano nati e cresciuti in quell’aurea, in quel venticello marino di Spina ( e così, probabilmente gli avi degli avi, giù giù per i secoli) voleva dire che potevano avere nelle vene qualche goccia di sangue etrusco. Cosi, giorno dopo giorno, s’era messo in testa, in mente, che di quel sangue arcano, ne poteva avere anche lui, magari una sola goccia.

Dire Spina voleva dire anche Comacchio, arcipelaghetto di una dozzina di isolette di pietra e di cotto, di ponti e di vele colorate. Comacchio é una piccola Chioggia. E cosi siamo ritornati a casa, alla scoperta del teatro da parte di un ragazzo all’età di sedici anni quando non è ancora un uomo mentre non è nemmeno più un ragazzo. Da poco Mitilù era abbonato a due riviste intitolate ‘Novelliere italiano’, la prima, e ‘Mondo lirico’ la seconda, ma forse non ricordava bene. E sul Novelliere aveva pubblicato il suo primo parto letterario intitolato “Tristis hora” e, invece di soldi, gli avevano spedito una tessera di corrispondente collaboratore. Cosi la rivista del teatro lirico. Con quelle due tessere in tasca, anzi in mano, il sedicenne timido e pauroso di tutto, si era presentato al direttore del teatro e, “apriti Sèsamo”, alle otto di sera era seduto in una poltrona di velluto rosso ad ascoltare la “Tosca”, la prima opera lirica della sua vita. La romanza “Vissi d’arte, vissi d’amore e mai feci male ad anima viva”, cantata da una bella signora, non era un canto, era una voce angelica dolce e struggente, che non aveva nulla a che fare con la versione per la cornetta di Mario Pisina della banda di Rosolina, della quale Mitilù faceva parte col suo trombone fin da quando l’istrumento era più grande di lui. Gli era piaciuto anche il legnoso oscuro lamento del clarinetto che preludeva e accompagnava il “muoio disperato” di Cavaradossi. Il “Mario, Mario, Mario”, i tre gridi disperati di Tosca, alla fine, gli avevano fatto fare un soprassalto di spavento.

Con la tessera del Novelliere, invece, era tornato nella sua poltrona di velluto rosso soltanto un mese più tardi. Bianca D’Origlia e Bruno Emanuel Palmi, marito e moglie nella vita privata, erano, nel dramma cui stava assistendo, madre e figlio ne gli “Spettri”.

De gli “Spettri” e del suo autore norvegese, aveva parlato in classe la professoressa d’Italiano Maria Morandi. Forte di quelle cognizioni, forse si era sentito già un poco critico drammatico. Ma poi all’ansimare di Osvaldo “Mamma, dammi il sole” lui si era messo a piangere, dentro. Infine aveva osato condurre i suoi passi fino al mistico corridoio illuminato di verdeblù, andana fra due file di camerini. Aveva bussato e gli era stato aperto, ma i due attori che l’avevano fatto piangere dentro, adesso stavano tutt’e due immobili a occhi chiusi, lui sul pavimento, su una pelle color cenere, forse di orso, e lei, riversa su un divano, Bianca di nome e bianchissima di cipria, pareva una statua di gesso. Lo spettacolo era finito, erano stanchi, esausti. Forse si fingevano morti, pensò allora Mitilù, e uscì piano piano dal camerino com’era entrato, da una porticina...che pareva si fosse aperta da sé.

Una cinquantina di anni dopo, a Roma, la compagnia Bruno Emanuel Palmi-Bianca d’Origlia si esibiva in una sala che nessuno poteva chiamare teatro. Stava dietro l’ospedale Santo Spirito. Al telefono rispondeva la figlia degli attori, come se papà e mammà non ci fossero mai o stessero dormendo. Mitilù, che era giornalista già da tanti anni e dirigeva anche una rivista che dava conto giorno per giorno di tutti gli spettacoli, non ebbe mai il coraggio di far visita ai due primi bravi attori conosciuti, che l’avevano emozionato e fatto soffrire. Gli rimase una curiosità insoddisfatta: ad aprire la porticina del camerino numero uno quella lontana sera a Chioggia, non sarà stata la figlia dei due bravi attori affranti? O uno spettro?

Le imprese.

A Rovigo Mitilù era stato felice per un lustro e più, anche se con pochi schei in scarsela. Ma che importanza ha se quella era stata la primavera della sua vita?

Tutto era accaduto per caso, rapidamente, appena scomparsa sua madre, che lui aveva assistita per due mesi tutte le notti. La mamma, non c’è nemmeno bisogno che la chiami, anche se non c’è più.

Il laureato in chimica e farmacia, ex capitano reduce di guerra con medaglie e ferite Riccardo Boscolo (nome chioggiotto di Sottomarina, vedi sempre il caso) sotto le armi aveva avuto per autista il soldato Carmelo Zago, di Rosolina, meccanico, elettricista e radiotecnico. Correva l’anno 1924 e tutto il mondo era pieno di radioamatori. L’ex capitano Boscolo, che stava avviando la Farmaceutica Polesana, appassionatissimo della nuova invenzione, assunse in qualità di autista Carmelo e di contabile Mitilù, al quale, da principio, toccò il singolare privilegio di sperimentare un nuovo lassativo di nome Purgante Aquila, una felice combinazione di cioccolato (teobroma cacao) e fenolftaleina, praticamente insapore. Alla sera Mitilù assumeva la pozione e il domani, a tavola a desinare col principale, faceva il suo resoconto: com’era andata. Una storiella, un aneddoto che, raccontato anni dopo a qualche amico di Roma, aveva particolarmente divertito il serioso Alberto Spaini, giornalista, scrittore, germanista e Laura Farina Moschini, ex attrice e poetessa. Laura aveva un viso simpatico, intenso. Per farle un complimento Mitilù le disse che la sua testa gli ricordava quella di una mummia egiziana esposta in una bacheca dell’Accademia dei Concordi di Rovigo. Qualche mese più tardi, lui e il pittore Aldo Chiappelli testimoni, Alberto e Laura si univano in seconde nozze nella chiesa di Santa Maria in Piazza del Popolo.

Ma torniamo a Rovigo, detta città delle rose come Rosolina, forse, lo era delle roselline. Nella città delle rose vivacchiava un giomale del pomeriggio che si chiamava Corriere del Polesine, il quale non era il Corriere della Sera, ma era pur sempre un Corriere. Mitilù leggeva quello di Milano fin dall’età di dodici anni quando al suo paese lo comprava (dal postino, perché non esisteva il giornalaio) assieme al capostazione Bernardon che aveva un figlio pittore all’Accademia di Brera e al capobanda dalla testa wagneriana. A novanta e più anni Mitilù sèguita a leggere quel giornale, il suo Corriere. Meriterebbe un Premio di Fedeltà, ma chi glielo dà? Una cosa è certa, ad ogni modo: da quel giornale, che per molti anni incominciava a sfogliare dalla terza pagina, ha appreso e imparato tante cose.

Intanto può capitare, è capitato proprio a lui, a Rovigo, l’occasione di pubblicare un suo scritto, un suo “pezzo”, su un quotidiano per la prima volta e che, in fondo in fondo, abbia pensato, pensasse, fosse apparso sul suo Corriere. Può capitare, no?

Nel millenovecentoventiquattro erano scomparsi Eleonora Duse e Giacomo Puccini, ma soltanto nel ‘25 Mitilù ebbe l’idea, assieme al coraggio, di scrivere un pezzo, il suo primo pezzo, sui due grandi, per lui grandissimi artisti, e di posarlo senza una parola sulla scrivania del capo ed unico redattore del Corriere del Polesine. Il capo redattore sogghignò e il domani pubblicò. Dopo di che... un momento.

Della diva, nata nomade, Mitilù sapeva tutto, da quando era nata a Vigevano e a soli quattro anni già calcava le scene assieme ai suoi, ad Arrigo Boito, alla scapigliatura milanese, alla rivalità con Sarah Bernhardt, a D’Annunzio, alla sua fine nel freddo fumoso di Pittsburgh in USA. Nulla di nuovo per i cultori del Mito Eleonora. Ma lui, di suo, aveva aggiunto che, sì, Eleonora era nata nel pavese, ma da genitori di origine chioggiotta. E ancora: l’unico edificio di Rosolina che si poteva chiamare palazzo era Palazzo Duse, che si specchiava nelle acque della palude, a trecento metri dal municipio.

Dell’operista di Lucca, famoso e amato in tutto il mondo, dopo molte cose ovvie, fece sapere che lui, il villico palustre di Rosolina, conosceva a memoria il libretto della “Bohème”, l’opera che gli aveva procurato consensi e applausi tutte le volte che l’aveva eseguita da solista, col flicorno tenore, nella banda.

Non erano trascorse ventiquattr’ore dall’apparizione dell’articolo sulla Duse e Puccini quando, nel laboratorio nel quale il teobroma-cacao diventava lassativo, squillò il telefono. “Sono Marzolla. Lo sai che è morto il trombone solista della nostra banda?”

“L’ho visto sul Gazzettino, stamattina”.

“Bene, se quello che hai scritto sul Corriere, di te, è vero...”

“Io non dico e non scrivo balle”.

“Allora, da oggi, se mi vieni a trovare all’Istituto, tu sarai il trombone solista della banda diretta dal maestro Marino Cremesini”.

“Io oggi suono il flicorno tenore, non il trombone”.

“Non è la stessa cosa?”.

“Lo è e non lo è. Col flicorno mi ci trovo meglio, lo tengo in braccio, come un bambino.

“Allora portati il bambino”.

“Sta al paese. Devo chiederlo, scrivere a casa”.

“Allora, sei d’accordo?”

“Uscita in pubblico nei giorni festivi e prove serali”.

“Affare fatto?”

“Fatto”.

In seguito, nel laboratorio chimico il telefono squillò nuovamente per Mitilù.

La voce rauca al telefono era quella del fumatore Dino Candiollo.

“Senti”, incominciò, “vorresti diventare segretario dell’ Università?”

“Che Università?”

“Quella Popolare di Rovigo, òstrega!”

“Ho tanto da fare. Che lavoro sarebbe?”

“Scrivere qualche lettera, invitare i conferenzieri, andare a prenderli alla stazione; e anche dar una mano nella Biblioteca Circolante”.

“Non ho tempo...” ripeté esitante Mitilù. Biblioteca, libri, conferenzieri...”Ne parlerò al mio principale”.

“Gliene ho parlato già io. E’ un brav’uomo, ti vuole aiutare”.

Così Mitilù divenne Segretario dell’Università Popolare di Rovigo, ma più ancora degli interessanti personaggi che vendevano parole un tanto all’ora. I due più cordiali e senz’altro i meno sussiegosi erano Pitigrilli e Lucio Ridenti, direttore il primo de “Le Grandi firme” e il secondo de “Il dramma”. Arrivavano annunciati da messaggi su carta intestata dei più lussuosi alberghi, partivano seguìti da cartoline da Parigi, da Londra, da Madrid, dal Principato di Monaco, che parevano predisposte. In realtà tutt’e due, ma specialmente Ridenti, seguitarono a ricordarsi e a scrivere a Mitilù anche quando si stabilì definitivamente a Roma.

La prima sortita (così si dice in gergo) della banda fu con l’ “Andrea Chénier”, opera lirica di Umberto Giordano. Tiepido pomeriggio domenicale di fine settembre. In piazza Vittorio Emanuele, con il suo flicorno in braccio, Mitilù canta, anzi “guarda nell’azzurro spazio, profondo, e ai prati colmi di viole”, insomma al mondo. Il dottor Lanzoni, il farmacista delle “Tre Colombine”, già gli aveva propinato uno sciroppo calmante a base di cedro. “La piazza è gremita di spettatori attenti, se non competenti, di opere liriche trasfigurate dalla banda”, scriverà su il Gazzettino il corrispondente locale. Fra i più attenti il capitano dei carabinieri e il Pretore, tre professori del liceo (che diventeranno molto amici di Mitilù) e cioè: Campagna, prossimo docente all’Università di Bari, Edmondo Rho e Giuseppe Dente, alias Pinolo, per i giovani lettori dei suoi libri. Fra i disturbatori, c’era lui, lo spavaldo Eugenio Ferdinando Palmieri amico e coetaneo di Mitilù, imminente collega e futuro eminente critico drammatico e commediografo. Fu durante l’esecuzione della famosa fremente romanza “Un dì all’azzurro spazio guardai profondo”, appunto, che Palmieri, ben situato per essere visto dal solista Mitilù, succhiò uno spicchio di limone e quasi sùbito la voce dell’istrumento scrocchiò (non sappiamo esprimerci altrimenti). Scrocchiò, e c’è da credere che soltanto i semplici spettatori più “attenti” se ne saranno accorti.

A Ferrara, di là dal Po, era nato il Corriere Padano, giornale dalle molte ambizioni, diretto da Nello Quilici. Mitilù, intanto, non era stato con le mani in mano. Approfittando delle soste al “gabinetto”, aveva scritto (lui scriveva sempre, ovunque) un articolo intitolato “Impressioni su Chioggia”, e ciò dimostra che il primo amore non muore mai. In quanto al “gabinetto”, legato alla “ricerca” sugli effetti del Purgante Aquila, (che già... andava) era una pratica che aveva praticata sempre. Dov’è un posto più riservato? Le impressioni su Chioggia arrivarono presto sul tavolo del segretario di redazione del Corriere Padano, e soltanto tre giorni dopo - solo tre - Mitilù ricevette assieme a una copia del Corriere Padano, la seguente lettera: “Caro Nuvulori, abbiamo ricevuto e pubblicato le sue impressioni ‘alla Ojetti’ su Chioggia. Ci mandi, quando vuole, altri suoi articoli. In attesa di conoscerci qui a Ferrara, la saluto cordialmente. Suo Nello Quilici.

Per Ugo Ojetti Mitilù aveva una specie di idolatria (ma sarà vero che gli davano mille lire al giorno, mentre la famiglia di un operaio campava con meno di mille al mese?). E ammirava, e amava, Ettore Janni, e Renato Simoni, e Giovanni Papini, e Paolo Monelli. E Bontempelli, che Pinolo, suo amico e compagno all’Università di Torino, “celebravan al suo tè delle cinque, li a Rovigo, i pomeriggi che non era a Venezia (dove teneva accesa una giovane fiamma, Fiammetta, precisamente).

A Roma, parecchi anni dopo, Bontempelli “mobilitava” i suoi amici alla birreria Dreher in piazza Santi Apostoli. Dove non mancava Pinolo. E dove era Pinolo, c’era, sempre o quasi, Mitilù. Qualche volta a piazza Santi Apostoli faceva la sua apparizione Pirandello. “Come! Non conosci il nostro Mitilù Nuvulori?”, dice con faccia di bronzo Bontempelli. Roba da tirargli un calcio sugli stinchi, se non fosse stato Massimo Bontempelli.

A proposito di Pirandello e di Bontempelli, una sera di anni dopo in piazza Navona, davanti a un gelato, l’aristocratica e già famosa Irene Brin, confessava, ricordando i convegni alla birreria Dreher, ai quali aveva assistito senza parteciparvi: “Che rabbia, che invidia!” Arrivava a quel tempo, ogni sabato, col marito ufficiale dell’Esercito a Civitavecchia a esplorare la città nella quale, scrivendo di Alta Moda e di altre mondane meraviglie e misteri sarebbe diventata la famosa Irene Brin. Era stata inventata pseudonimo compreso) e lanciata da Leo Longanesi. Ma torniamo a Rovigo.

A Rovigo, a quei tempi, colla campana di mezzodì si andava a desinare, a un botto (l’una) si era al caffè Borsa a leggere l’Illustrazione Italiana, il Corriere della sera, il Carlino di Bologna e, finalmente: il Padano di Ferrara. Alle due: al lavoro, chi aveva un lavoro.

Mitilù ora lavorava alla Farmaceutica soltanto mezza giornata, di mattina. Nel pomeriggio, alle due, lavorava per il suo giornale, il Padano. Aveva appuntamento davanti al teatro Sociale col collega del Carlino Eugenio Ferdinando Palmieri, Nando per gli amici. Dovevano fare il “giro”, che consisteva nelle visite alla stazione dei Carabinieri, alla Questura, al Tribunale e all’ospedale dove i volenterosi medici di turno, o di guardia, che erano giovani e tutti amici dei cronisti, scrivevano su un vistoso registro i quando, i come e i perché i feriti s’erano presentati al pronto soccorso o erano ricoverati. Ma le cose più interessanti, che finiranno all’Accademia dei Concordi, per i posteri, erano scritte da mani diverse negli spazi lasciati bianchi di quei registri. Erano incominciati con i ringraziamenti in endecasillabi trecentisti per una bagolina (giannetta in Toscana, insomma la bagolina pieghevole di Charlot), che il giovane medico Guido Consigli aveva regalato al suo primo paziente Gigi Fossati, poeta in vernacolo, poliomielitico ai piedi e, ahilui, anche tibicì. Chi non voleva bene a Gigi?

L’eptarcato degli Illusi aveva creato il mensile “L’abbazia degli Illusi”, direttore Eugenio Ferdinando Palmieri. I soldi dei primi abbonamenti andarono a Fossati, per il tabacco della sua pipa. Ma questa è un’altra storia.

Torniamo al “giro”. Di che cosa volete che parlassero i due “girini” - chiamiamoli pure così - se non, principalmente, di teatro, di attori del presente e del passato? E di marionette, visto che Palmieri era scappato di casa a diciassette anni per seguire una compagnia girovaga di marionettisti? E non dimentichiamo il teatrino casalingo di marionette messo su dal padre di Mitilù, per sé e per il figlio. Nando Palmieri era autore, oltre che de “La dama innamorata”, di un Arlecchino Batocio coi fili. In breve, camminando insieme ogni pomeriggio, i due cronisti inventarono dei personaggi che diventarono una commedia, “L’ombra sul cuor”, data poi alle stampe a spese degli autori.

Eugenio Ferdinando Palmieri, coetaneo di Mitilù, ha terminato la sua bella e fortunata carriera a Milano, nel 1968. Dopo il “Carlino” di Bologna ha lavorato per la “Notte”, “Milano Sera” ed “Epoca”. Ha pubblicato mezza dozzina di libri d’argomento teatrale e cinematografico. Rovigo, sua città d’origine, ha dedicato al suo nome una via. Gian Antonio Cibotto ha curato ricche e bellissime ristampe dei libri di Palmieri.

Con le gambe leste di quei due giovani sono corsi gli anni, e il tempo. E una sera, a Roma, trillò il telefono di Mitilù. Era la redazione rodigina del Gazzettino e la voce di Gian Antonio Cibotto propose: “Vuoi concorrere al Premio d’Este con la commedia tua e di Palmieri?”

“E perché no?”

“Le copie per la Giuria le ho io, le mando io”, intervenne una voce vicina a Cibotto, quella di Gigi Fossati. Le copie erano quelle invendute a suo tempo e lasciate dagli autori pro pipa di Fossati.

Potenza degli dèi! Arrivarono, come per incanto, due milioni del Premio d’Este, sùbito spartiti con la vedova di Palmieri residente a Bologna e, più tardi, i diritti d’autore (sempre equamente spartiti). Infine arrivò una targa di plastica del ministro dell’Istruzione, che si congratulava.

Ma ecco il tarlo, un tarlo che comincia a scavare, a rodere dentro, come il tarlo del legno, al buio. Dovremo riparlarne, necessariamente.

Sulla rivista strapaesana “L’Abbazia degli Illusi”, nata a Rovigo nel 1927 con direttore predestinato Nando Palmieri, Mitilù aveva pubblicato un articolo su Ugo Ojetti, il quale l’aveva gratificato con sei righe su un cartoncino del Corriere della sera. Ereditata la gestione direzione e debiti inclusi) dall’amico e collega Palmieri chiamato al Carlino di Bologna, Mitilù non aveva dimenticato gli altri suoi autori prediletti, a cominciare, anzi a seguitare, con Paolo Monelli, il quale lo aveva ringraziato regalandogli, per la rivista, degli spiritosi versi che incominciavano così:

 

Per ammirarvi, Marchesa Calliope, occhi profondi cerchiati di bistro, io mi mettevo, perché sono miope, la caramella sull’occhio sinistro.

 

L’illusione de “L’Abbazia degli Illusi” finì a Bologna in un’alba livida (l’aggettivo è d’obbligo). Mitilù aveva assistito, all’Arena del sole, a “L’alba, il giorno e la notte” di Dario Niccodemi con la deliziosa Vera Vergani, aveva trangugiato l’ultimo tramezzino al bar di Re Enzo con Palmieri che aveva finito la sua giornata al giornale. Ritornò a casa, nella nebbia di Rovigo, su un treno accelerato, senza uno scheo in scarsela. Aveva, per la prima volta in vita sua, le scarpe che facevano acqua, sfondate negli inutili giri per Bologna in cerca di pubblicità per la rivista che non poteva sopravvivere con quella domestica.

Gli rimaneva la soddisfazione di aver bandito il primo (sosteneva cinquant’anni più tardi G.A. Cibotto) concorso per una novella: 500 lire, vinte dal giovane istriano Pier Antonio Quarantotti Gambini, il futuro fortunato autore de “L’onda dell’incrociatore”, de “Il cavallo Tripoli” e de “La calda vita”.

Come la corazzata della vecchia canzone aveva navigato col vento benigno nella dolce stagione, così, sempre secondo la canzone, avrebbe dovuto navigare il piroscafo con un gruppo di giornalisti verso Tripoli bel suol d’amore. Ma quella notte, fra Palermo e Malta, il mare era in tempesta. Così Mitilù; imbarcato fra quei giornalisti e fino allora ignaro degli sconvolgimenti di stomaco in certi frangenti, giaceva spossato nella cuccetta sulla mensola della quale, accanto a un piatto ancorato contenente spicchi di limone, faceva spicco il rosso titolo di un libretto in edizione economica, forse di Sonzogno: il Fedone. Sorrideva sotto i baffi bianchi l’anziano collega nell’angusta cabina che cigolava ad ogni colpo di vento.

Dalla Libia Mitilù mandò al suo giornale quattro servizi, fra i quali uno, incantato, su Leptis Magna e, un altro, sulla visita all’oasi di Gadames, intitolato “A zonzo per l’Africa con un’araba bionda”.

Cosa sarà stato a indurre Giuseppe Galassi, critico d’arte direttore de Il giornale d’oriente, a proporgli di trasferirsi ad Alessandria d’Egitto a lavorare con lui? Non lo seppe mai. Sapeva bene, invece, che non sapeva l’inglese, che l’ignoto lo spaventava e che, a Rovigo, avrebbe lasciato la sua ragazza. Sul Giornale di Galassi si accontentò di pubblicare un suo feuilleton intitolato “La follia degli amanti”. Retribuzione in lire sterline.

A Roma, durante il coprifuoco dei nazitedeschi padroni di mezza Italia, Mitilù scrisse “Un gran capitano nei pasticci”, una storia naturalistica sugli animali, per i giovanissilni, e una commedia intitolata “Le figlie di Marta Dolfin”, in lingua, nella quale una di quelle due figlie, morta, parlava con la voce di una medium. La commedia, che oggi l’autore riscriverebbe snellendola, fu letta da poche persone, fra le quali Maria Quilici, sorella di Nello (persone adorabili, indimenticabili), Mariula per gli amici, donna di rare virtù e qualità, che considerava Mitilù “di famiglia”, zia Mary per i diletti nipoti Folco e Vieri, degni rampolli della casata lucchese.

Mariula Quilici, dunque, una sera di quel lontano 1943, invitò a cena, attorno a un tacchino al forno, l’autore della commedia e cinque-sei amici che, alla fine, applaudirono. Non si sa se più all’opera teatrale o al tacchino ben rosolato, al radicchio di Treviso e al vino rosso del paese di Leonardo.

La seconda primavera di Mitilù, lunga dodici anni, dal 1933 al 1944, si chiama L’Aquilone, un settimanale per i giovani di tutte le età. Vero, ingegner Marini? Vero che, non solo ricorda con piacere i bei giorni de L’Aquilone, ma quando la nostalgia bussa ai suoi settant’anni, si mette attorno al tavolo da lavoro, o magari inginocchiato per terra, con progetti, balsa, colla, vernici? L’Aquilone era un nido su un alto pioppo che tanti ragazzi, oggi nonni e, chissà, bisnonni, ricordano ancora e scrivono a un certo Zio Falcone, ossia Mitilù.

 

 

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In quel tempo Mitilù realizzò un film intitolato “Le Prime ali”*, girato per le strade di Roma e sui verdi prati di Asiago. E scrisse un romanzo, di giovani per i giovani, intitolato “I Senzatesta” (gli alianti, senza èlica), pubblicato a puntate su “Giramondo”. Se ne doveva fare un film diretto dall’oggi centenario Carlo Ludovico Bragaglia. C’erano i soldi dell’Aeronautica e quelli dell’Aeroclub di Roma. La sceneggiatura doveva essere dell’autore del soggetto e di un nominato, per la sua bravura e per il mestiere, signor E.M. che ricevette Mitilù in vestaglia rosso cupo con in testa una papalina ricamata che pareva Wagner. Disse, senza tanti preamboli: “Ho letto il soggetto che mi ha mandato Carletto (Carletto era Bragaglia, il regista). Parliamoci chiaro: il soggetto prima sarà mio, poi tuo”. Chissà che faccia avrà fatto Mitilù. Che disse: “Va bene, le telefonerò”. Le, non ti. E uscì, a testa alta. Carletto, centenario per grazia del Cielo ancora vivente, allora disse, “Che roba!” E basta.

Qualche cosa del genere era accaduto col romanzo dal quale era stato tratto il soggetto per il film. Una sera, al teatro Valle durante un intervallo, il critico letterario De Angelis, gridò ancora prima d’esser vicino a Corrado Alvaro, che stava assieme a Mitilù: “Oh, bravi, sai - a Alvaro - che questo qui (questo qui era Mitilù) stava per vincere, avevamo deciso, noi della giuria, di assegnargli il primo premio della S.E.I. per un romanzo per ragazzi? C’è un ma. Un idillio, piuttosto innocente, per la verità, fra i due giovanissimi protagonisti. Peccato, perché é una bella cosa sul genere “I ragazzi della Via Paal” sai. La cosa non fece nessun effetto su Mitilù, che già aveva ricevuto una lettera dalla S.E.I. di Torino che gli proponeva, gli offriva, di pubblicare il romanzo in volume purché l’autore fosse disposto a eliminare l’idillio tra i due ragazzi. A quella lettera Mitilù non aveva risposto, nemmeno per ringraziare dell’offerta.

Gian Antonio Cibotto, anni dopo, a proposito del film non realizzato e del romanzo non pubblicato, lo bravò in polesano: “E così hai buttato via due occasioni: un film e un libro. Credi che sia facile trovare un editore?” Cibotto é quello che scriverà di Mitilù già avanti negli anni: “E’ un personaggio goldoniano rifugiato fra una muraglia di libri e una muraglia di fiori”. Scriverà anche che Mitilù é un giornalista coi puntini...E va bene. Purché i puntini simboleggino i tanti, veramente tanti, ragazzi che hanno letto non soltanto “I Senzatesta”, ma altre vaghezze (in tutti i significati concessi) di Mitilù e di Zio Falcone, due degli pseudonimi del suo amico e conterraneo che gli ha dedicato “L’ereditariola” (L’Ereditiera Veneziana, Fulvio Tomizza perrnettendo). Bisogna esser nati e vissuti a lungo fra i pescatori e gli ortolani di Rosolina eredi dei colonizzati di Venezia per avere l’orecchio sensibile al linguaggio del Settecento fin di Secolo. Ecco perché G.A. Cibotto può capire e valutare.

E rieccoci, con la riapparizione dell’amico Cibotto, al “tarlo”. Il tarlo é un libero pensatore nella scorza della coscienza, per chi ce l’ha. “L’ombra sul cuor” era stata scritta a quattro mani dopo di essere stata recitata a due voci per la strada durante i “giri” del pomeriggio dei due cronisti. Chi aveva scritto di più era stato Mitilù, ma chi aveva riscritto tutto era stato Nando. Ma chi ci aveva messo più invenzione?

A questo punto il tarlo esternò: “Fai da te”. E cosi nacquero, poco prima dell’ictus fatale, tre commedie di Mitilù, la prima in veneto, intitolata “La regina sulla scacchiera” la seconda, in lingua, intitolata “Comunità ad alto rischio di dramma” e la terza in veneziano del tardo ‘700, dedicata a G.A.Cibotto. Per assunto, intelaiatura storica, per la proprietà del linguaggio del tempo a Mitilù sembra la sua cosa migliore, se non quella che possa aspirare all’eventuale maggior successo. E’ intitolata “L’ereditariola”. L’autore de L’ereditariola é nato e vissuto dove i pescatori e ortolani di Rosolina sono pur sempre gli eredi dei “coloni” veneziani che ancora parlano, sopra tutto i vecchi, con l’orecchio e il lessico veneziano del Settecento fin di secolo.

Della commedia in lingua giudichino i lettori, ancor prima degli spettatori, se vi saranno. L’assunto é ambizioso, i personaggi reali, quasi tutti di luoghi d’origine lontani da Roma. Il linguaggio il più possibile non letterario e con le cadenze dialettali dei luoghi d’origine.

La commedia “La regina sulla scacchiera” é in prova a Valdagno, dove gli interpreti si divertono un mondo, assicura il regista Elia Guiotto (con barba da autentico profeta).

Nei giorni difficili di Mitilù editore di sé stesso, un aiuto fraterno era venuto da Michele Intaglietta, amico fin dal tempo della Gazzetta del Popolo (il villico corrispondente da Rovigo), da Giuseppe Longo (collaborazione al Resto del Carlino e de Il Gazzettino) e dal cosiddetto scorbutico Giulio De Benedetti, direttore della Stampa, (collaborazione alla stampa) conosciuto durante un servizio in Libia, quando erano ancora quasi due ragazzi alle prime esperienze. Durante le crudeli leggi razziali De Benedetti, rifugiato in un paesino del Piemonte, come Corrado Alvaro lo era a Valerano, tenevano informato Mitilù, in linguaggio cifrato, del numero delle vacche in possesso. Quelle di Alvaro, che era soltanto inviso dal “Regime”, erano soltanto due, alla fine, mentre quelle dell’ebreo De Benedetti arrivarono fino a quattro.

A Roma...A Roma Mitilù s’era fatto la fama di bravo cuoco, anzi di gastronomo e qualcuno fra gli amici lo chiamava farmacista o addirittura alchimista. Pubblicava su La settimana a Roma (la superstite delle sue sette creazioni), puntualmente in ogni numero delle ricette spesso molto elaborate, quindi dispendiose e qualcuno suggeriva di corredarle di un piccolo assegno per le spese. Aveva, verso la fine della guerra, pubblicato un libretto intitolato “Cucina razionale e razionata” e durante il coprifuoco a Roma, aveva scritto “Le figlie di Marta Dolfin”, oltre a “Un gran capitano nei pasticci”. Un giorno ricevette per telefono un’offerta importante: “Vuoi collaborare alla nostra rivista?” La rivista era Vita, diretta dal professor Sabato Visco dell’Istituto di fisiologia dell’Università. A parlare al telefono era Mario La Stella, il simpatico segretario di redazione di quella rivista. Il quale gli pose anche la seguente domanda: “Quando fiorisce l’aspidistra?” Questo é il titolo di un noto romanzo inglese e l’aspidistra é una piccola pianta a foglie erette che si trova, spesso e polverosa, di qua e di là dell’uscio di molte case. “Fiorisce dopo anni, e, alle volte, mai”, aveva risposto Mitilù. “Allora, intanto che aspettiamo che fiorisca, potresti mandare qualche articolo a Vita. E’ un invito del direttore, il professor Visco”. Mitilù non era impreparato: aveva perfino comperato sul carrettino dell’Università parecchi libri sull’alimentazione. I suoi articoli sull’alimentazione in una pubblicazione scientifica erano alquanto stravaganti. In uno, intitolato “Fagioli allo spiedo”, dette i numeri, insomma dettò per i lettori cinque numeri da giocare al lotto. Precisamente: 3, 7, 9, 21, 27, che lui non giocò, lui. Ma il linotipista sì, e vinse. Non si seppe mai quanto, ma di avere vinto, confessò.

Si vede che la fortuna aveva qualche parentela con l’aspidistra, la quale fiorisce quando le pare, o mai.

 

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*(Cliccando sul titolo del film è possibile vederne una copia online conservata nell'archivio dell'Istituto Luce)



 



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